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venerdì 23 marzo 2012

per chi ama i libri...

...ecco come nascono!

Birth of a Book from Glen Milner on Vimeo.

domenica 11 marzo 2012

le fiabe

A proposito.
Nelle imprese di oggi contano anche le fiabe. Sarà possibile trovare uno spazio per i cantastorie in azienda?
Piera Giacconi* è convinta di sì.
Scoprite perchè...

*creativity coach, arte-terapeuta e consulente di direzione per aziende e amministrazioni negli gli ambiti: automotivazione, empowerment, leadership, integrazione delle differenze di genere, consapevolezza individuale e di gruppo, sviluppo del potenziale, innovazione, gestione dello stress. È formatrice AIF, certificata Horaklés(r) a Parigi nell'uso delle fiabe per lo sviluppo della Qualità Umana. Nel 2004 ha fondato a Udine la prima Scuola italiana per cantastorie, unificando i lavori tradizionali delle fiabe e del respiro volontario. www.lavocedellefiabe.com.
Ha scritto l'appendice a Auto-organizzazioni, intitolata Salutiamoci con una fiaba.

Aggiunta del 14/03/2012: il libro verra' presentato giovedi' 15/03 a Fiume Veneto (PN).

mercoledì 27 ottobre 2010

la bellezza


Se vi piacciono il tennis, la fisica...
e la bellezza.
Vi consiglio Roger Federer come esperienza religiosa.

La bellezza umana di cui stiamo parlando è un tipo particolare di bellezza; potremmo definirla bellezza cinetica. L’attrazione e il fascino che esercita sono universali. Non ha niente a che vedere con il sesso e le norme culturali. Semmai, sembra essere strettamente legata alla possibilità per un essere umano di riconciliarsi con il fatto di avere un corpo. Ovvio, negli sport maschili nessuno parla mai della bellezza, della grazia o del corpo. Gli uomini possono professare il loro amore per uno sport, ma questo amore deve sempre essere espresso e rappresentato nella simbologia della guerra: eliminazione e avanzamento, gerarchie di rango e posizione, statistiche maniacali, analisi tecniche, fervore tribale e/o nazionalistico, uniformi, frastuono collettivo, bandiere, petti percossi, facce dipinte, ecc. Per ragioni che non sono totalmente chiare, molti di noi trovano i codici della guerra più sicuri di quelli dell’amore.

lunedì 5 aprile 2010

design sistemico

Sto leggendo il libro Design Sistemico.
La tesi principale del prof. Luigi Bistagnino del Politecnico di Torino è che designer, progettisti, creativi sono sempre più chiamati ad uscire dalla logica della progettazione del prodotto, per passare alla progettazione di sistemi aperti che si auto-sostengono (auto-poietici). Eccolo, il design sistemico.

Ma per fare questo è necessario effettuare un salto di piano. Occorre librarsi in volo e guardare al di là del singolo progetto su cui stiamo lavorando, tenendo sempre in considerazione che ogni output è l'input per un altro sistema. Per cui, ad esempio, scarti e rifiuti in ottica sistemica possono diventare le materie prime per un nuovo processo, e così via.

Il libro pone l'accento sulla multidisciplinarità, sui sistemi aperti, sulle relazioni tra settori ed industrie diverse, sull'importanza dell'agire localmente, sulla centralità dell'uomo e di indicatori quali la felicità o la sostenibilità, piuttosto che il solo prodotto.

Sono riportati molti esempi, progetti già realizzati o in corso di realizzazione. Ad esempio, quello del tunnel del Frejus.

Oppure, quello dei fondi di caffè, effettuato in collaborazione con la Lavazza. Pensate alle tonnellate di fondi di caffè che ogni giorno, da ognuno delle centinaia di migliaia di bar della nostra Penisola, vengono gettate nei rifiuti indifferenziati. Se ci va bene, qualche mago ne raccoglie una parte per leggerci il futuro. Ma, suggerisce il libro, è possibile cambiare prospettiva. Dai fondi di caffè è possibile estrarre lipidi da utilizzarsi per medicinali o cosmetici. Oppure possono, insieme a paglia, gesso e micelio, dare origine a prelibati funghi. Il terriccio esausto, poi, può essere utilizzato come vermicompost.



E' necessario cambiare prospettiva quindi. Per un processo ad emissioni tendenti a zero. Il passaggio dall'analisi alla sintesi è sempre più richiesto a noi designer, progettisti, creativi, innovatori.

martedì 21 aprile 2009

nuovo libro di bocchi e ceruti

Ecco la nuova fatica degli autori di La sfida della complessitá...
si chiama Una e molteplice. Ripensare l'Europa.

Non l'ho ancora letto ma, conoscendo gli autori, lo consiglio sin d'ora.

A vent'anni dalla caduta del Muro di Berlino, gli autori di "La sfida della complessità", in queste pagine agili e illuminanti, tornano a riflettere sul senso profondo della storia europea. È una storia di unità e diversità, ricca di intrecci etnici e linguistici, culturali e religiosi, di conflitti disastrosi e di progetti politici costruttivi. Come mostrano gli autori, l'Europa si presenta come un progetto e non come un territorio, si definisce come entità politica e non geografica. Nata dalle rovinose esperienze delle due guerre mondiali, dei totalitarismi e della contrapposizione fra blocchi, grazie alla consapevolezza della sua storia, remota e recente, l'Europa ha imparato a pensare insieme identità e diversità, unità e molteplicità, concependo ogni cultura come incompiuta, multipla e in continua evoluzione. In virtù di questo patrimonio, l'Europa può diventare un laboratorio di innovazione, capace di raccogliere le sfide che gli orizzonti etici e politici del "mondo globale" pongono alle persone, alle collettività e alle istituzioni.

martedì 17 marzo 2009

questo invece mi ha convinto


La teoria della complessitá di Réda Benkirane é un libro che chiunque si occupa a vario titolo di teoria della complessitá dovrebbe leggere.

Comprende i contributi di tutti i maggiori studiosi a livello mondiale. Tanto per fare alcuni nomi: Edgar Morin, Ilya Prigogine, Stuart Kauffman, Cristopher Langton, Francisco Varela, Michel Serres, Brian Goodwin. E molti altri.

Contributi a 360 gradi, dunque: filosofi, biologi, chimici, studiosi di intelligenza e vita artificiale e chi piú ne ha piú ne metta. Del resto, come piú volte sottolineato, la complessitá é un corpo coerente di conoscenze emergente da questo territorio interdisciplinare. E proprio questo é il suo fascino. Questa la sua forza.

Il libro é particolarmente aiutato nella scorrevolezza dalla scelta della modalitá dell'intervista. L'autore, molto preparato, ha intervistato 18 studiosi di livello mondiale e permette cosí di andare a fondo agli aspetti che piú interessano.
Permette, inoltre, di mostrare alcune differenze di sensibilitá su alcuni argomenti: ad esempio, gli insegnamenti tratti dai sistemi biologici possono essere declinati nei sistemi sociali, sí o no? Oppure, che cos'é realmente l'auto-organizzazione e qual é la sua relazione con la selezione naturale? E cosí via.

Un viaggio nel paese delle scienze, quindi. Soprattutto, se come sostiene Paul Valery, tra l'ordine e il disordine regna un momento delizioso, un viaggio in questo momento delizioso.
Anche se a volte vengono le vertigini e si puó perdere la bussola, ne vale davvero la pena. Anzi, soprattutto proprio per questo ne vale la pena. Non é cosa da poco.

venerdì 13 marzo 2009

se tutto si muove all'unisono

Il libro SYNC di Steven Strogatz (qui l'edizione italiana Sincronia) si occupa di un fenomeno misterioso e affascinante, quello dell'emergenza, in natura, ad ogni scala, di comportamenti sincronizzati.
E' un caso particolare di auto-organizzazione, dove non é la simmetria spaziale a rompersi e creare un nuovo stato (come nel caso delle celle di Benard o nella creazione dal basso di formicai, alveari, termitai), ma la simmetria temporale. Ed ecco che, a partire da parti disperse, emerge un'orchestra che suona perfettamente a tempo, pur in assenza di un direttore.

Devo dire che il libro é molto "americano" e non mi ha convinto, ricco di aneddoti personali e poco concreto. Peró vale la pena citare qualche esempio, perché davvero suggestivo.

Sentite la premessa del volume:

Al cuore dell’universo c’é un battito continuo e insistente: il suono dei cicli sincronizzati. Pervade la natura ad ogni scala, dal nucleo al cosmo. Ogni notte lungo i fiumi della Malesia, migliaia di lucciole si riuniscono nelle paludi e lampeggiano all’unisono, senza alcun leader o suggerimenti dall’ambiente. Trilioni di elettroni marciano compatti in un superconduttore, facendo sí che l’elettricitá fluisca attraverso di esso senza resistenza. Anche i nostri corpi sono sinfonie di ritmo, mantenuti in vita dall’inesorabile, coordinata alimentazione di migliaia di cellule pace-maker nei nostri cuori. In ogni caso, questa sincronia appare spontaneamente, come se la natura avesse un misterioso desiderio d’ordine.

Le lucciole... non solo emettono luce all’unisono, ma lo fanno a ritmo, seguendo un tempo costante. Che mistero, per decenni! Almeno fino a metá degli anni Sessanta del secolo scorso, quando il biologo John Buck e la moglie volano in Tailandia per svelare una volta per tutte il magico fenomeno.


Fiumi soggetti alle maree nelle vicinanze di Bangkok. Quante lucciole, che spettacolo mozzafiato! I coniugi Buck, dopo l’iniziale meraviglia, si decidono: catturano decine e decine dei piccoli insetti, li portano nella loro buia stanza d’albergo e qui li liberano. Disorientati, inizialmente svolazzano nervosamente. Poi si calmano, si dispongono sui muri e sul soffitto mantenendo sempre una distanza di almeno 10 centimetri tra loro. Scintillano incoerentemente. Ma, sorpresa, a due a due, a tre a tre, a piccoli gruppi, incominciano a pulsare all’unisono. E cosí via, oggi lo sappiamo, circolaritá auto-rinforzante, fino all’emergenza di un unico stato coerente.
Le osservazioni dei coniugi Buck suggerirono che le lucciole in qualche modo aggiustano i loro ritmi rispondendo agli scintillii delle vicine. L’ipotesi venne confermata in laboratorio, illuminandole artificialmente e misurandone le risposte. Oggi sappiamo che ciascuna continuamente invia e riceve segnali nel vicinato, spostando i ritmi delle altre e modificando i propri: la sincronia emerge spontaneamente, dal basso, senza leader. E le piccole lucciole, con tutto il rispetto, non sono particolarmente intelligenti: tutto ció di cui hanno bisogno é un metronomo interno che aggiusta automaticamente il tempo dell’oscillazione in risposta alle vicine. Tutto qui.

Seguendo le stesse logiche, é possibile spiegare numerosi altri fenomeni. Donne che passano molto tempo insieme spesso scoprono che i loro periodi mestruali tendono a cominciare insieme per via di conversazioni silenziose mediate da feromoni. Spermatozoi che nuotano fianco a fianco verso l’ovulo battendo la coda all’unisono. Pericolosamente, milioni di cellule cerebrali che causano le ritmiche convulsioni in un attacco epilettico. Seguendo le stesse logiche, é possibile rappresentarci come un’enorme orchestra di oscillatori viventi.

La sincronizzazione come caso particolare di auto-organizzazione, quindi. Affascinante, come molti altri. Che si tratti di lucciole o della nostra stessa vita, sembra essere all’opera l’auto-organizzazione. Che, in questi esempi, rompe la simmetria nel tempo. Sempre di una rottura si tratta, verso un nuovo stato non presente al livello inferiore.

lunedì 12 gennaio 2009

la persecuzione del rigorista

L’altro romanzo che ho letto é stato La persecuzione del rigorista, scritto da Luca Ricci ed edito da Einaudi nel 2008. Non conoscevo Luca Ricci, ma la copertina (una porta di calcio dipinta sul muro di un oratorio) e la quarta mi hanno attratto. Uno di quei casi in cui non conosci né l’autore né il libro, ma li trovi sulla tua strada e non puoi dire loro di no.

Uno sperduto paesino dell’Appennino, dove il solo piacere concesso dal Signore é la squadra di calcio dilettanti della zona. Una squadra con i fiocchi, viste le dimensioni del paese. E in cui milita un centravanti che sembra non abbia mai sbagliato un calcio di rigore. Mai, nemmeno uno. Né una bella parata del portiere, né un palo o una traversa, né un pallone calciato alle stelle. Perfezione.

E questo é l’unico aspetto trascendente di tutto il romanzo. L’unico che si eleva. Ad esso, cristallino, vengono contrapposte le meschinitá, le piccolezze, le ambizioni, le lotte di potere dei personaggi, che Ricci descrive con linguaggio volutamente altrettanto secco, senza fronzoli, voli pindarici.

L’effetto prende allo stomaco, in un susseguirsi in cui si aspetta sempre il lieto evento, la svolta, che sembra invece non arrivare mai. In questo, é un libro a suo modo violento.

venerdì 9 gennaio 2009

after dark

In queste vacanze natalizie sono riuscito a leggere due romanzi, di cui voglio parlare brevemente. Iniziando dal secondo, che é quello che mi ha colpito di piú, stregandomi nei suoi meandri.

After dark, dello scrittore giapponese Murakami. Forse non ho usato l'approccio giusto con questo libro. L'ho divorato voracemente, ma forse meritava di essere assaporato dolcemente. Ma non é stata colpa mia. E' stato l'incantesimo che, in casi fortunati, solo tra libro e lettore si riesce a creare.

Una notte, una sola notte a Tokyo. Le ore scandiscono il procedere dei capitoli. Tutto in una notte. In cui si muovono, si incontrano, si scontrano, si accarezzano... una ragazzina introversa, sua sorella che si trova in un apparente stato vegetativo, un musicista jazz pieno di sogni, la gestrice di un love hotel ex campionessa di lotta femminile, un informatico che lavora fino al mattino successivo, una prostituta cinese diciannovenne.

Una notte, si diceva. Una notte in cui le luci non mancano, in cui le luci sono innanzitutto questi personaggi, che dall'incontro riescono, come il laser in cui emerge un'onda coerente, ad illuminare l'oscuritá che li avvolge. Buio e luce in compresenza, una notte che non esiste senza il giorno e viceversa.

E una cittá, Tokyo, descritta con vividezza impareggiabile da Murakami. Sembra di essere lí. Sembra di vedere, dal vero, un film, con la telecamera che viene magistralmente spostata per farci cambiare prospettiva, angolazione, punto di vista. Molto spesso vediamo Tokyo dall'alto, auto-organizzata come un animale che vive di vita propria, in cui gli individui, pur mantenendo la propria individualitá, contribuiscono a creare il sistema cittá.

Qui, gli opposti convivono. Di buio e luce si é giá detto. E poi, in tutto il romanzo, sogno e realtá, semi-sogno o semi-realtá, confini sfumati e vertigini e brividi. Effetto di straniamento nitidamente descritto nei minimi particolari. Orlo del caos, diremmo noi...

Meritava maggior dolcezza. Murakami mi scuserá se l'ho divorato voracemente. Non avevo altra scelta.

martedì 9 dicembre 2008

stay tuned

Mi scuso con chi segue ComplessaMente.
E' da un bel po' che non riesco a scrivere.
Agli impegni di lavoro si unisce la ricerca e la scrittura per il prossimo libro. Come avevo giá anticipato a qualcuno, sará un libro dedicato all'auto-organizzazione emergente dal basso.
Secondo il premio Nobel Philip Anderson, il mistero piú affascinante della scienza.
E in effetti si fa un viaggio tra laser, strutture dissipative, reazioni chimiche, il DNA, stormi di uccelli, colonie di formiche, eco-sistemi simulati al computer, Wikipedia, e molto altro ancora. Fino ad arrivare a modelli organizzativi innovativi, che promettono di rivoluzionare la nostra concezione delle imprese.
Stay tuned...

sabato 23 agosto 2008

sono tutte palle!

Forse il gioco del biliardo è una metafora della vita. Con le sue traiettorie precise, dove non conta la fortuna, se sbagli è solo causa tua. Un ordine così silenzioso da far apparire tutto il resto, i piccoli e grandi accadimenti di ogni giorno, come deviazioni dalla perfezione euclidea, da ricondurre ad equilibrio. Il biliardo è una metafora della vita. La perfezione massima è colpire la palla e farla ritornare nell'identico punto di partenza, nè un millimetro più nè un millimetro meno. Lì, dove deve essere.

No, questa perfezione non è di questo mondo, non ci appartiene. Piccole deviazioni dall'equilibrio si amplificano creando nuovi mondi inaspettati, percorsi di senso e scenari mai percorsi. Succede che il per sempre diventa mai. Succede che arriva l'asfalto, scoppiano bombe, farfalle battono ali e creano uragani, sale il vento, il velo del tempio si squarcia.
Ma il biliardo può essere davvero una metafora della vita. Abbassandoci, cambiando visuale, stringendo gli occhi, capiamo che è impossibile fare fermare la palla nell'identico punto di partenza. Il panno verde è un complesso intreccio di fili, la palla bianca è molecole, il matrimonio tra i due mondi non è regolato dal per sempre, ma dal principio di indeterminazione. No, la palla non si ferma nell'identico punto di partenza. Mai! Allora sì il biliardo è una metafora della vita. Non c'è la razionalità perfettamente ordinata, c'è complessità, contingenza, approssimazioni successive. Si può perdere una medaglia d'oro per 4 millesimi di secondo.


Ps: la riflessione sul biliardo come metafora della vita è frutto della lettura del bel romanzo L'acchito di Pietro Grossi.

lunedì 18 agosto 2008

tre romanzi (e una considerazione)

Oltre i saggi vicini alla complessitá, in questo periodo di vacanza ho trovato il tempo per leggere tre romanzi: L’eleganza del riccio, Firmino, Nato in un giorno azzurro. Che bello trovare il tempo per leggere. Le giornate dovrebbero durare di piú, solo per lasciare un po’ di tempo per la lettura. Tre romanzi, sui quali scrivo solo qualche pensiero. Sono best seller dell’ultimo anno e li trovate recensiti un po’ ovunque.

Una considerazione, o meglio una domanda aperta, prima.
Che peso ha il nostro stato d’animo mentre leggiamo un libro? Che peso ha il momento in cui lo leggiamo? Che importanza ha il libro letto prima di quello che stiamo leggendo?
Leggendo mi ritrovavo a fare collegamenti e instaurare connessioni con quanto letto nei giorni precedenti, creando cosí un mio percorso di senso, in cui i singoli libri non erano che tappe di un mondo emergente diverso da quello di chiunque altro. E tutto questo era sicuramente influenzato dal contesto, dal mio stato d’animo ad esempio, dal mare cristallino della Sardegna, dal vento leggero come linfa vitale, dal sole giallo. In un altro contesto, credo, avrei creato un mondo totalmente diverso. Cosí, solo una riflessione. Solo per dire che anche leggendo non siamo fruitori passivi, ma creatori attivi di una delle realtá possibili. Protagonisti della co-evoluzione nello spazio delle possibilitá.

Ed ora, ecco il mondo che ho creato.

L’eleganza del riccio, di Muriel Barbery. É un romanzo di sensibilitá e grazia di donna. Mi é piaciuto, l’ho apprezzato, mi ha commosso alla fine. Ma credo di non averlo potuto gustare a pieno, purtroppo. Perché credo che tale privilegio per questo libro sia lasciato alle sole donne. Una storia d’amore, al di lá delle apparenze, al di lá delle meschinitá. Dove l’amore é rappresentato dalla grazia, dall’eleganza che contraddistingue e connette tra di loro i personaggi principali del romanzo, la portinaia Renée, l’adolescente Paloma, monsieur Ozu, la governante portoghese Manuela, che hanno in sé l’eleganza del riccio, fuori protetti da aculei, ma dentro semplici e raffinati come i ricci, fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti.

Firmino, di Sam Savage. Ovvero un topolino che vorrebbe essere umano, perché nell’uomo vede i segni di una possibile elevazione, verso le altitudini della letteratura, dell’arte, dell’amore. Invece é un ratto, sudicio, ladro, nato da una pantegana alcolizzata, fortemente zavorrato a terra. Vorrebbe volare, ma non puó, non é della sua condizione. Eppure Firmino, assaggiando pagine e pagine di libri, masticandole golosamente, impara inizialmente a distinguere i libri tra loro a seconda del gusto: alcuni sono piú dolci, altri salati, taluni amari. Sembra essere la personificazione (topificazione?) della grande massima di Francis Bacon: “"Alcuni libri vanno assaggiati, altri divorati e alcuni, rari, masticati e digeriti". Mangiare pagine diventa un vizio, una dipendenza, finché non si scopre capace di leggere. Ecco il motivo di vita, grande inno alla lettura, anche quando tutto attorno diventa morte, distruzione, lacerazione.

Nato in un giorno azzurro, di Daniel Tammet. Un romanzo autobiografia di un genio dei numeri, affetto da una forma di autismo, la sindrome di Asperger. Tammet, oggi 29enne, racconta la sua vita, la sua infanzia e la sua adolescenza di difficile diversitá, fino ai successi di oggi, legati alle sue impressionanti capacitá di calcolo. Ma é soprattutto emozionante entrare nella sua mente e capire come per lui i numeri siano immagini, disegni, colori. Per cui il 37 è grumoso come semolino, l'89 è neve che cade, i numeri primi sono lisci come ciottoli. E le operazioni tra due numeri sono ancora immagini che si intersecano in un istante a formare il risultato nella sua mente. E quando Tammet, per beneficienza, ha recitato a memoria 22.514 cifre del numero pi greco, ha pensato a un paesaggio impresso nella sua testa, fatto di vette solitarie, morbide discese, asperitá non scalabili, pianure soleggiate. Un libro che, al di lá del forte messaggio sulla diversitá, inonda di immagini e colori.

Ecco il mondo che ho creato e qui condiviso con voi. Fatto di ricci, solo all'apparenza pungenti. Popolato di numeri fluttuanti come piume color pastello su paesaggi verdi e soleggiati. Intriso dell'odore forte dell'alcol e di urina in cui un ratto sguazza ogni giorno e ogni notte, ma anche del profumo intenso della carta stampata dei libri, che altro non è che il profumo di fiori di campo e spiagge lontane e sottane e giorni di pioggia e vattelapesca.

lunedì 11 agosto 2008

il senso e la narrazione

Un altro saggio che ho letto e apprezzato molto durante queste vacanze é Il senso e la narrazione di Giuseppe O. Longo. Pagine che raccontano dell’importanza del racconto, che da sempre dá voce al nostro inesauribile bisogno di senso. Comunichiamo, raccontiamo, narriamo, perché non possiamo farne a meno, per il nostro inesauribile bisogno di senso. Ciascuno di noi non fa altro che raccontare e raccontarsi interminabilmente una storia di sé stesso nel mondo.

E, nella complessitá, il racconto é fondamentale. Il complicato puó essere condensato in un’equazione, ma il complesso, il complesso no, puó essere solo raccontato. Scrive Longo:
Alla descrizione asettica, impassibile, neutra corrispondente agli strumenti computazionali e misurativi bisogna affiancare la narrazione: arborescente, impura, colorita, odorosa, meticciata e passionale.

Ancora meglio, la complessitá é racconti, al plurale, ciascuno diverso dagli altri. Non esiste un’unica veritá assoluta, inconfutabile, per sempre, ci sono solo racconti complementari che evidenziano parti di realtá. Ricchezza della diversitá e potere delle connessioni che integrano i punti di vista:
Esistono infinite descrizioni e ciascuna apporta un granello di verità: un aspetto etico rilevante della complessità è che non possiamo accontentarci di una descrizione, ma dobbiamo prenderne in considerazione tante, al limite infinite. Dobbiamo, accanto alla nostra o alle nostre descrizioni, accettare anche le descrizioni dell’Altro, riconoscendo loro pari dignità. […] Tutte le descrizioni sono complementari, nessuna esaurisce il mondo.

Crollano le veritá assolute, crolla la gerarchia dei saperi, compartimenti a tenuta stagna. Oggi c’é la rete dei saperi, intramata di assonanze e di analogie, che sempre più si rivela come il vero fondamento costitutivo dei saperi e delle culture e l’unico che può restituire senso globale all’attività di ricerca scientifica.
Oggi c’é la cultura dell’and, di accettazione, dove il tutto é maggiore della somma delle parti. E il racconto, emarginato dalla pretesa egemonica della scienza e relegato a superstizione, ha una sua grande dignitá, perché illumina piccole lande buie dell’esistenza, dove i simboli matematici non arrivano. Il complicato puó essere condensato in un’equazione, ma il complesso, il complesso no, puó essere solo raccontato.

Complessitá, esistenza come una pluralitá di racconti, come romantici romanzi d’amore e pagine da ridere fino al mal di pancia o da piangere fino a svuotarsi. Nelle parole di Ernesto Illy, nella prefazione a Prede o ragni: come ascoltare un coro, ricco di mille voci. Ecco la complessitá. Non la veritá, solo la veritá del dubbio. E, sebbene non lo raggiungiamo mai, non lo raggiungeremo mai, ecco che nel nostro viaggio, raccontando e raccontandoci, ci avviciniamo al senso.

martedì 5 agosto 2008

competere nella complessitá

Il primo libro che ho letto in questo periodo é un testo sul management della complessitá. Si tratta di Competere nella complessitá di Alessandro Cravera, Partner di Newton Management Innovation e docente di strategia aziendale e comunicazione interna alla Business School de Il Sole 24 Ore.

Non é facile trovare libri convincenti sul management della complessitá, a mio avviso. Perché solitamente possono essere scritti da manager / formatori / consulenti che sanno poco di complessitá e la piegano ai loro fini utilitaristici (vendere libri, vendere servizi di consulenza). Oppure sono scritti da scienziati professori esperti della materia ma che, ahimé, non hanno mai messo piede in un'azienda. Il libro di Cravera, fortunatamente, non é né l'uno né l'altro.

Competere nella complessitá non é un libro rivoluzionario, ma si inserisce in una letteratura sull'argomento ancora povera nel nostro Paese e soprattutto in una cultura manageriale quasi sempre ancorata ai modelli tradizionali riduzionisti. Cravera vuole sensibilizzare i manager sulla necessitá di un cambiamento culturale, verso un approccio sistemico e sostenibile.

Volendo sintetizzare in un paragrafo quello che io ho colto come messaggio fondamentale, direi: non sono solo i risultati di breve termine a contare, l'obiettivo non deve essere la massimizzazione di una variabile aziendale, ad esempio il profitto. E se per massimizzare il profitto abbiamo intaccato la capacitá dell'impresa di essere competitiva nel lungo periodo? L'obiettivo non é, quindi, questo, tradizionalmente associato al valore per gli azionisti. E' invece necessario adottare una visione sistemica, tenere in considerazione nelle proprie decisioni manageriali il maggior numero di variabili e punti di vista possibili. Solo cosí si riduce il rischio di trovarsi impreparati di fronte alle discontinuitá, solo cosí é possibile essere pronti a cogliere l'attimo, quando, inaspettato, si presenta. Il fine ultimo é la competitivitá dell'impresa, la sostenibilitá di lungo termine.

Sostenibilitá é un termine assai di moda. Per le imprese, prima fu la produttivitá, poi la qualitá, poi l'innovazione, ora, sembra, sostenibilitá. Si noti ad esempio il trend decrescente di ricerche su Google per la parola innovation (in rosso), rispetto alla parola sustainability (in blu) (fonte Google Trends).

Molto spesso, con approccio semplicistico, il management riduce peró il concetto di sostenibilitá a quella ambientale, dimenticando che ad esempio nei documenti dell'Unione Europea la sostenibilitá é sempre a 360 gradi, ambientale, sociale, culturale, economica. Spesso sostenibilitá si traduce in piccole operazioni di facciata a favore dell'ambiente, o semplici dichiarazioni di intenti.

Cravera inquadra molto bene il tema della sostenibilitá delle imprese secondo l'ottica della complessitá. Competitivitá di lungo termine, vita dell'impresa negli anni, oggi che la vita media sta diminuendo drasticamente. E allora sostenibilitá inizia ad associarsi a termini quali diversitá e ridondanza. Solo favorendo e lasciando emergere la diversitá dei punti di vista si riesce ad avere la necessaria flessibilitá. La ridondanza, cognitiva, intangibile, da sempre vista come spreco da eliminare, rappresenta invece uno dei piú grandi valori aggiunti delle imprese nel momento della complessitá.

Il maggiore merito del libro é a mio avviso quello di inquadrare questo tema di fondamentale importanza per le organizzazioni secondo il punto di vista della complessitá. Il testo di Cravera si inserisce quindi di buon diritto nella nascente letteratura manageriale italiana sul tema della complessitá, contribuendo alla sensibilizzazione nella direzione del cambiamento.

martedì 3 giugno 2008

l'isola di h

Questo week-end ho letto il romanzo H, di Andrea Ferrari.
Quella che trovate di seguito non e’ una recensione, ma una mia libera interpretazione a partire dagli spunti che la lettura mi ha dato.


H e’ un’isola, onirica o reale, o meglio onirica e reale, dove le relazioni sembrano essere governate dalla marea, quindi dalla luna, dal caso. Con l’alta marea, l’isola di H diventa due isole, separate e non comunicanti. Con la bassa marea, la strada non e’ fondale marino, torna ad essere strada e ricrea H.

Ma, al di la’ di questa apparente comunicazione singhiozzante, ad intermittenza, quindi non-comunicazione, al di la’ di questo, o meglio, al di sotto, vive una rete di incontri, caso, relazioni, momenti. Al di sotto, perche’ al di sotto del mare una intricata rete di tubi mette in connessione tutti con tutti. L’aria compressa porta i messaggi, porta la vita. Storie che si incastrano, ritorni simmetrici, come tutte figlie femmine tutte con lo stesso nome nate tutte da incontri nell’albergo di H, ed eccezioni che spaventano, impreviste e, soprattutto, imprevedibili. Un incontro nell’albergo che doveva avvenire e non avviene, una figlia femmina di nome Rose che non nasce, un futuro che chissa’ quali strade prendera’. Un possibile effetto butterfly che fa paura, proprio perche’ fuori controllo e, quindi, imprevedibile.

Una rete completamente intrecciata ma anche completamente gestita dall’alto dal potente e inafferabile Volange, alla ricerca di simmetria, alla ricerca di un tempo in cui ieri, oggi e domani siano sinonimi. Cambiamento stile Gattopardo, cambiamento perche’ tutto rimanga com’e’. Nonostante arrivino personaggi nuovi, tutto avviene perche’ doveva avvenire, e’ tutta conseguenza della rete degli eventi. E’ il cambiamento che fa paura, ad H, il cambiamento vero. Quando arriva il cambiamento vero, l’eccezione, quella imprevista e, soprattutto, imprevedibile, Xavier viene di fatto congelato, in uno stato inesistente, indefinibile, tra il sonno e il risveglio. Uno stato da cui rinverra’ solo una volta che il cambiamento sara’ stato gestito. Ad H, la sorpresa fa paura, la liberta’ anche. E’ tutto in rete, ma non in una rete vitale, pulsante, cangiante. Tutto in una rete di tubi, progettati dall’alto da ingegneri e gestiti da Volange.

Un gioco di corsi e ricorsi, di intrecci in cui tempo e spazio sono superflui accessori. Solo l’amore e’ piu’ forte. Quasar si innamora dell’angelo Julie, sentendo ogni mattina la sua voce che lo risveglia. Julie e’ una delle molte dipendenti tutte uguali della ditta Volange che dispensa risvegli telefonici ai cittadini di H. Ma, con gli occhi dell’amore, Julie e’ molto diversa, non e’ una delle molte dipendenti tutte uguali della ditta Volange, impossibili da vedere e a maggior ragione da incontrare. Un giorno, nella metropolitana di Parigi, qualche tempo dopo H, bastera’ un istante, un solo istante. Quasar e Julie si riconoscono. Nonostante le molte dipendenti tutte uguali. Nonostante i molti passeggeri tutti uguali.

Solo l’amore puo’ rompere un gioco progettato dall’alto sempre uguale a se stesso, in cui tempo e spazio sono superflui accessori.

martedì 29 aprile 2008

massa critica

Premetto, devo ancora acquistarlo. Ma gli argomenti sono i nostri.

Alcuni dei comportamenti applicati all'econofisica, tra cui la legge di Zips, il modello random walk, i fenomeni cosiddetti del "mondo piccolo", la teoria delle catastrofi, le transizioni di fase, la teoria delle biforcazioni, e applicazioni alla teoria dei giochi come il dilemma del Prigioniero. Temi portanti dei moderni modelli matematici che spiegano il comportamento di fondamentali fenomeni economici e sociali.

Philip Ball, Massa critica. La nuova scienza dei comportamenti collettivi, Rizzoli, 2006.