giovedì 29 maggio 2008

educare alla complessita'

Edgar Morin a Parma, il 27 maggio:
Accogliere la sfida del cambiamento ci chiede di saper sviluppare un pensiero educativo nuovo, che si lasci alle spalle le logiche della parcellizzazione e della separazione e che sappia connettere tra loro le differenze, facendo delle vive contraddizioni quotidiane preziosi stimoli per la ricerca di nuove risposte. Per l’educazione del nostro tempo non è sufficiente giustapporre frammenti di saperi diversi: occorre far dialogare attivamente i saperi e i loro soggetti attraverso una logica della complessità che li sappia mettere in circolo.

Famiglie, istituzioni, scuola, associazionismo, volontariato sono chiamati ad integrare modelli affermati con approcci al pensiero complesso. Si’, si tratta proprio di educare alla complessita’. A me hanno insegnato da piccolo a fare la raccolta differenziata, ora mi sembra impossibile non farla. Mi hanno insegnato a mettere la cintura di sicurezza, ora non posso fare 1 km senza. E quindi, educare alla complessita’. Perche’ e’ un fatto culturale.

Anche per le organizzazioni, per il management. Ad Alghero, al convegno Convivere con la complessita’ parlavo con un segretario generale di una Camera di Commercio. Mi diceva che per lui il vero problema nell’adottare un approccio ispirato alla complessita’ e’ legato alle resistenze culturali che si incontrano.
Che la strategia emerga strada facendo, che le parole d’ordine siano flessibilita’ e prontezza a cogliere l’attimo. Ma le persone si aspettano ancora stabilita’, che i timonieri sappiano perfettamente dove andare, come su una tavola liscia, non un mare dove le condizioni possono mutare all’improvviso e la bonaccia diventa tempesta. Si aspettano, ci aspettiamo, ancora la gerarchia, e che chi sta in alto ne sappia di piu’ di chi sta in basso.
Che l’organizzazione si apra verso l’esterno, diventi rete, si auto-organizzi all’orlo del caos. Ma il disordine fa paura. E’ molto piu’ sicura, tranquillizzante la gerarchia. So a chi riporto, so chi riporta a me, illusione di ordine, controllo. Bisogno di prevedibilita’, di situazioni sotto controllo. E’ un fatto culturale.

E' quindi tempo di educare alla complessita’...

4 commenti:

Marcella ha detto...

Come al solito le tue parole, Luca, che purtroppo non ho mai avuto il piacere di ascoltare, ma solo di leggere attraverso i tuoi libri e il tuo blog raggiungono il centro delle questioni.
Educare alla complessità: compito arduo, soprattutto in una società di "anziani"; sappiamo bene che l'educazione degli adulti è cosa ben più ardua rispetto all'educazione dei bambini, naturalmente immersi nel pensare per relazioni. Eppure dobbiamo raccogliere questa sfida e cercare di vincerla.
La raccolta differenziata emblema della crisi ecologica..si tratta di superare quell'inquinamento culturale che non permette di affrontare l'inquinamento ambientale. Del resto i paesaggi fisici che abitiamo sono strettamente connessi ai paesaggi della nostra mente. Assistiamo infatti ad una crisi di modelli di pensiero, di organizzazione sociale, una crisi di strumenti concettuali e metodologici. Solo attraverso il paradigma della complessità che ci fa rintracciare quella struttura che connette i landscape con i mindscape potremo affrontare le sfide della società complessa.

lucacomello ha detto...

grazie Marcella.
Io parlo con più facilità di management, perchè è quello di cui mi occupo. Ma il tuo esempio di un'educazione alla complessità che permetta comportamenti orientati alla sensibilità è molto stimolante. E' la relazione landscape-mindscape... grazie Marcella!

Giuseppe Vitale ha detto...

Per educare alla complessità, a mio modesto parere, occorre procedere dal semplice al complesso appunto. Sembra scontato eppure mi pare di osservare in ambiti pubblici e privati che spesso tanti progetti sono calati dall'alto e trascurano l'ascolto delle esigenze degli utenti di base. E' il modello della vita dall'embrione all'organismo quello che, secondo me, bisogna seguire. Per applicarlo si potrebbe partire da un compito semplice richiesto ad un programmatore di software ad esempio. Una volta che questa esigenza semplice viene soddisfatta si può proseguire con funzioni più avanzate. La chiave di questo processo è la reputazione di chi propone innovazioni. La resistenza all'educazione alla complessità più che alle normali resistenze culturali è dovuta al tentativo di pseudo-innovazioni che trascurano le esigenze di chi dovrebbe beneficiarne. Le resistenze culturali vanno trasformate in risorse, in parte della soluzione non del problema. Le abitudini si cambiano con lentezza e un po' alla volta altrimenti l'innovazione viene percepita come minaccia.

lucacomello ha detto...

@Giuseppe: certo, il cambiamento, soprattutto quando di entita' rilevante, deve essere condiviso, in questo senso emergente dal basso, dai contributi di tutti. L'unico problema di questo approccio puo' essere il fattore temporale. Potrebbe costare troppo tempo. I cambiamenti bottom-up in natura avvengono secondo tempi che per noi possono essere troppo lunghi. Probabilmente allora e' un approccio misto top-down e bottom-up che puo' dare risultati migliori.